Da de Bono agli illusionisti, perché continuiamo a chiamare innovazione ciò che è solo ottimizzazione del passato
Emanuela Logozzo
Tempo di lettura: 8 minuti
Nel 1967 Edward de Bono, in uno dei testi che hanno ridefinito il modo in cui pensiamo al pensiero, sceglie un esempio apparentemente lontanissimo dal mondo dell’innovazione: un numero di illusionismo. Una ragazza viene chiusa in un cassone, sollevata davanti al pubblico e segata in due senza riportare alcun danno. È una scena entrata nell’immaginario collettivo del Novecento, e proprio per questo de Bono la utilizza per mostrare qualcosa di molto più profondo del trucco.
Il pubblico non resta disorientato perché è ingenuo o poco intelligente, resta disorientato perché pensa in modo verticale. Accetta le premesse così come vengono presentate, segue la sequenza degli eventi nell’ordine in cui gli viene proposta e, nel farlo, perde il punto decisivo: la possibilità di uscire dalla cornice costruita dall’illusionista. Una volta imboccato quel percorso mentale, tornare indietro diventa quasi impossibile.
È qui che l’esempio diventa potente. De Bono usa l’illusionismo per mostrare che esiste una professione antica, rigorosa e tutt’altro che improvvisata, fondata sulla capacità di comprendere come le persone costruiscono le proprie certezze. I maghi di scena non lavorano semplicemente sulla distrazione ma sulla struttura stessa dell’attenzione.
In questo senso, gli illusionisti sono tra i più raffinati esperti pratici di pensiero laterale. Non perché siano “creativi” nel senso ornamentale del termine, ma perché sanno individuare il punto esatto in cui il pensiero verticale diventa prevedibile, automatico, vulnerabile. E sanno inserirsi lì, dove una traiettoria mentale può ancora essere deviata.
È esattamente ciò che molte organizzazioni, ogni giorno, non riescono più a fare.
Quello che de Bono aveva già diagnosticato, e che noi continuiamo a non vedere
Quando si parla di innovazione, il pensiero laterale viene spesso ridotto
a uno slogan da workshop, a un sinonimo eccentrico di creatività, oppure a un
esercizio simpatico per riscaldare le riunioni. È un fraintendimento profondo,
perché de Bono, nel suo libro fondativo, è chirurgico nel definirlo come
l’opposto del pensiero verticale, ovvero come la capacità deliberata di
rifiutare l’impostazione più probabile di un problema per costruirne una
diversa, anche bassa probabilità, anche apparentemente assurda, purché generi
un’apertura. La differenza tra i due metodi, scrive de Bono, è una sola, ovvero
che nel pensiero verticale la logica guida il pensiero, mentre nel pensiero
laterale lo serve.
È una distinzione che pesa, perché ribalta cinquant’anni di consulenza
aziendale, durante i quali abbiamo costruito interi sistemi decisionali in cui
la logica, sotto forma di matrici, scorecard, KPI, business case, comitati di
prioritizzazione, ha smesso di essere uno strumento ed è diventata l’unica
padrona del processo. Il pensiero serve la logica, non viceversa. E quando il
pensiero serve la logica, le idee nuove semplicemente non hanno spazio per
nascere.
L’acqua che scende dai pendii e le organizzazioni che la seguono
De Bono ha una metafora bellissima per descrivere come si forma il pensiero verticale, e vale la pena leggerla per intero, perché spiega molte cose:
“Come l’acqua scende per i pendii, si raccoglie negli avvallamenti e affluisce nei fiumi, così il pensiero verticale scorre lungo i declivi della maggior probabilità che, per ciò stesso, diventano vie di scorrimento sempre più probabili.”
Provate a leggere questa frase pensando a un’azienda che voi conoscete bene, oppure a un ente pubblico, e osservate cosa accade. Ogni decisione presa rinforza il canale lungo il quale scorrerà la decisione successiva, ogni procedura aggiunta scava un solco più profondo nel quale tutte le pratiche future cadranno automaticamente, ogni processo formalizzato diventa una via di scorrimento tanto più probabile quanto più viene percorsa. Questa, sostiene de Bono, è la geometria naturale della mente umana, ed è anche, esattamente, la geometria delle organizzazioni che invecchiano.
Il problema è che mentre per un singolo individuo l’invecchiamento del pensiero è una questione personale, per un’organizzazione di mille o diecimila persone diventa un destino collettivo. E nel caso no, dove la cultura aziendale e quella amministrativa sono spesso costruite sul rispetto della procedura più che sulla qualità del risultato, quei canali sono profondi come canyon.
Le idee dominanti, perché in azienda nessuno cambia mai idea davvero
Il secondo concetto chiave del libro di de Bono è quello delle idee dominanti, e qui la metafora si fa ancora più precisa. De Bono le paragona a gocce di mercurio posate su una superficie piana, dove la goccia più grande, allargandosi, ingloba quelle più piccole, le quali, una volta raggiunte, perdono la propria identità e diventano parte della goccia maggiore. È così, scrive de Bono, che ogni nuova informazione che potrebbe smantellare una convinzione diffusa viene invece sollecitamente incorporata in essa, perché:
“Quanto più numerosi sono i dati nuovi che le si possono adattare, tanto più bonificata essa ne risulta”.
Trasferiamolo all’innovazione aziendale e otteniamo il quadro perfetto. La grande azienda lancia un programma di trasformazione digitale, lo affida alla stessa governance che gestisce gli affari ordinari, lo misura con gli stessi KPI di sempre, lo finanzia con la stessa logica di budget, lo comunica con lo stesso linguaggio che già parlava prima, e nel giro di diciotto mesi la trasformazione digitale è diventata, magicamente, una rubrica nel piano strategico esistente, esattamente come la goccia piccola assorbita dalla goccia grande. Niente è cambiato, ma tutti hanno la sensazione di aver fatto qualcosa, e questa è forse la forma più sofisticata di immobilismo che il management abbia inventato.
De Bono propone due tecniche per liberarsi dalle idee dominanti, la prima è identificarle con estrema precisione, prenderne nota, fissarle nero su bianco, perché solo le idee chiaramente nominate possono essere neutralizzate, mentre la seconda è distorcerle deliberatamente, portarle all’assurdo, esagerarne un singolo aspetto fino a renderle irriconoscibili. È un esercizio scomodo, e infatti le organizzazioni raramente lo fanno, preferendo la rassicurante alternativa di chiamare “innovazione” qualunque variazione marginale di ciò che già stanno facendo.
La vergogna di giocare (che spiega perchè abbiamo così poche idee buone)
C’è un passaggio del libro di de Bono che, riletto oggi, sembra scritto apposta per la cultura aziendale corrente, ed è quello in cui parla del gioco come metodo per generare idee nuove. De Bono cita James Clerk Maxwell, uno dei più grandi fisici della storia, raccontando che durante i pranzi si dimenticava dei commensali per trastullarsi con le posate, con i riflessi di luce di un bicchiere, con una goccia d’acqua, e che questa abitudine era stata la radice della sua intuizione sulle leggi di riflessione della luce. Poi de Bono aggiunge una frase che vale tutto il libro:
“I verticalisti si vergognano addirittura di giocare; la vera vergogna sta invece nel non saperci fare, al gioco.”
Questa frase fa male perché il nostro tessuto produttivo, sia quello privato sia quello pubblico, è costruito su una severità di facciata che condanna come puerile qualsiasi forma di sperimentazione disinteressata. Il manager che gioca con un’idea che non ha ancora un business case viene percepito come uno che perde tempo. Il dipendente pubblico che propone un’ipotesi senza coperture procedurali viene percepito come uno che si espone. Il consulente che fa una proposta laterale viene riportato all’ordine con la classica obiezione del “non è prioritario”. Il risultato è un Paese in cui giocare con le idee è socialmente proibito, e dove le idee veramente nuove, di conseguenza, semplicemente non nascono, perché senza gioco non c’è caso fortuito, e senza caso fortuito, come ci insegna la storia della penicillina di Fleming raccontata sempre da de Bono, non c’è nemmeno innovazione.
Il sistema immunitario delle aziende
Nel mio libro “Le Organizzazioni Esponenziali in Italia” ho ripreso una metafora di Salim Ismail, autore di Exponential Organizations, secondo la quale ogni grande azienda funziona come una falange romana in formazione di marcia, dove chi prova a entrare di lato viene trafitto. È una metafora militare, ed è esattamente quello di cui parla de Bono quando dice che le idee dominanti polarizzano tutto attorno a sé, perché ogni proposta laterale, ogni tentativo di guardare il problema da un’altra angolazione, viene riconosciuto dall’organizzazione come corpo estraneo e respinto.
Nelle aziende questo sistema immunitario funziona benissimo, e nelle pubbliche amministrazioni funziona ancora meglio, perché alla naturale resistenza al cambiamento si aggiunge una struttura procedurale che trasforma ogni proposta nuova in un’ipotesi da istruire, ogni istruttoria in una catena di pareri, ogni catena di pareri in un percorso di approvazioni, e ogni percorso di approvazioni in un tempo morto sufficientemente lungo da scoraggiare chiunque. Non è un caso che gli Innovation Manager, di cui scrivo nel libro, citino la “paralisi da analisi” come una delle loro principali patologie strutturali, perché è la versione della trappola dell’intelligenza descritta da de Bono, ovvero quella in cui persone brillanti usano la propria intelligenza per difendere lo stato delle cose, anziché per esplorarne di nuove.
Perché l’intelligenza artificiale non ci salverà (se continuiamo a pensare così)
Tutto questo ha conseguenze concrete sul modo in cui stiamo affrontando la più grande discontinuità tecnologica del nostro tempo, l’intelligenza artificiale. Quando le organizzazioni parlano di IA, lo fanno quasi sempre nello stesso modo, come se fosse uno strumento da introdurre nei processi esistenti per renderli più veloci, più economici, più automatizzati. È un’impostazione perfettamente verticale, nel senso descritto da de Bono, perché parte dal presupposto che il problema sia ottimizzare ciò che già si fa, e non chiedersi se ciò che si fa abbia ancora senso.
Il white paper di BIP sul tessuto produttivo lo dice con precisione clinica, il vero cambiamento è organizzativo prima ancora che tecnologico, e che pensare di raccogliere i benefici dell’IA semplicemente implementando uno strumento è l’errore più comune della trasformazione digitale. Tradotto nei termini di de Bono, l’IA innestata in un’organizzazione che pensa in modo verticale produce automazione del passato, non costruzione del futuro, perché la potenza dello strumento amplifica esattamente ciò che si stava già facendo, comprese le idee dominanti, comprese le procedure obsolete, compresi i bias di chi quei processi li ha disegnati anni fa. È un altro modo di scavare lo stesso solco, semplicemente con una pala più potente.
Ma torniamo agli illusionisti
Se torniamo al numero di illusionismo, possiamo finalmente capire perché de Bono lo metteva all’inizio del suo ragionamento. Il pubblico spettatore di uno spettacolo di magia non sbaglia perché è stupido, sbaglia perché è verticale, ovvero accetta come ovvie le premesse del problema così come gli vengono presentate, e una volta accettate quelle premesse, il pensiero scorre lungo l’unico canale disponibile e arriva inevitabilmente alla conclusione sbagliata. Per capire il trucco bisogna fare un gesto controintuitivo, ovvero deviare a un certo momento dalla strada maestra dell’ovvietà e cercare un’altra interpretazione, ma una volta perduta quell’occasione, scrive de Bono, è impossibile ripercorrere a ritroso il pensiero verticale e ritrovarla.
Le organizzazioni vivono perennemente in questa condizione, accettano le premesse del problema così come gli vengono presentate, scorrono lungo i canali della massima probabilità, arrivano a conclusioni che confermano ciò che già pensavano, e poi si lamentano del fatto che l’innovazione non arriva. L’innovazione, semplicemente, non può arrivare per quella strada, perché quella strada è esattamente ciò che bisognerebbe abbandonare per trovarla.
La prima innovazione è cognitiva, tutto il resto viene dopo
Il messaggio del pensiero laterale, riletto oggi a quasi sessant’anni di distanza dalla sua formulazione, è di una freschezza imbarazzante, e la cosa che colpisce di più è che de Bono non ci propone tecnologie, non ci propone investimenti, non ci propone piani strategici, ci propone semplicemente di cambiare il modo in cui guardiamo i problemi. È una richiesta gratuita, alla portata di chiunque, eppure è la richiesta che le organizzazioni trovano più difficile da accogliere, perché implica ammettere che il problema non sia là fuori, nel mercato, nei concorrenti, nella tecnologia, nel quadro normativo, ma sia qui dentro, nel modo in cui pensiamo.
Il pensiero laterale, scrive de Bono, non è una formula magica che si apprende a tambur battente, è un’attitudine e un abito mentale, ed è esattamente per questo che richiede tempo, pazienza, costanza, oltre a una cultura organizzativa disposta a tollerare le proposte assurde abbastanza a lungo da scoprire se contengono un seme. Le organizzazioni non hanno ancora costruito quella cultura, e finché non lo faranno, qualunque investimento in intelligenza artificiale, in trasformazione digitale, in design thinking, sarà un altro modo di scavare nello stesso punto, sempre più in profondità, convinti di stare avanzando.
La verità, scomoda ma liberatoria, è che la prima innovazione è cognitiva, e tutto il resto, gli algoritmi, le piattaforme, i processi, i piani industriali, viene dopo. Lo aveva capito un mago di scena di inizio Novecento, lo aveva spiegato uno psicologo maltese nel 1967, eppure noi, nel 2026, continuiamo a guardare dove ci stanno dicendo di guardare, e a chiamare innovazione la fatica che facciamo per restare fermi.
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